Il Gallo il Tordo e la fanciulla

Il Gallo, il Tordo e la fanciulla (Hopi)

Nei tempi antichi vivevano a Oraibi molti Hopi, e con loro e come loro vivevano anche uccelli e altri animali. Nella parte nord-occidentale del pueblo di Bakvatovi abitava una bellissima fanciulla che sistematicamente rifiutava ogni proposta di matrimonio. I giovani di Oraibi le portavano doni sperando di conquistarla, ma lei li respingeva e restituiva loro i doni. Lontano, nel nord, un potente capo udì parlare della sua bellezza e si mise in viaggio alla volta di Oraibi per convincerla a sposarlo. Portò con sé un carico di regali che depose fuori della casa della fanciulla prima di entrare a presentarsi. La trovò intenta a macinare mais. Senza interrompere il lavoro che stava facendo, essa alzò lo sguardo sul bel visitatore, ma non parlò. «Perché non mi parli?» domandò lui. «Chi sei tu che giri da queste parti?» replicò lei. «Sono venuto a chiederti in moglie» rispose l’uomo. «Ho lasciato qui fuori il mio carico di doni. Vai a guardarli.»

La fanciulla smise di macinare il mais, uscì e trovò un grosso cesto intessuto con brillanti giunchi gialli. Lo portò dentro casa e lo aprì: vi trovò due abiti nuziali gialli, un paio di mocassini gialli e un’alta cintura pure gialla. Dopo aver osservato un po’ i doni, li rimise nel cesto che restituì al giovane capo. «Non li voglio» disse. «Non ti voglio. Adesso te ne puoi andare.» Il giovane chinò la testa, raccolse il cesto e se ne andò. Ora, in un’altra parte di Oraibi viveva un Gallo, un Gallo assai fiero che poteva assumere, a suo piacimento, sembianze umane. Quel pomeriggio il Gallo udì parlare della visita alla fanciulla da parte del capo che veniva dal nord e giudicò davvero strano che la bella fanciulla avesse respinto quel capo così potente. E la curiosità di sapere come erano andate le cose lo rose a tal punto che iniziò i preparativi per andare a trovare la fanciulla quella sera stessa. Trasformatosi in un bel giovane, il Gallo indossò una camicia rossa a strisce nere. Mise degli orecchini di turchese e sul capo un ciuffo di penne rosse. Quando arrivò alla casa della fanciulla, questa stava asciugando il mais in una pentola sul fuoco, ed egli capì subito che era rimasta favorevolmente impressionata dal suo aspetto. Il Gallo si comportò da vero gentiluomo: sedette accanto al focolare e si complimentò per le belle cose che lei aveva raccolto nella stanza. Compiaciuta e lusingata, la fanciulla prese a chiacchierare allegramente con lui.

Quando il giovane si alzò e le chiese audacemente di sposarlo, essa gli disse che avrebbe accettato quando fosse tornato, di lì a quattro giorni. Essendo molto superbo, il Gallo non fu affatto sorpreso che la fanciulla lo avesse accettato, invece di respingerlo come aveva fatto con tutti gli altri pretendenti. «Benissimo» disse. «Tornerò fra quattro giorni.» Ora, c’era un Tordo che viveva in un pescheto un po’ a sud di quel pueblo. Tre giorni dopo la visita del Gallo alla bella fanciulla, esso venne a conoscenza del fatto. Questo Tordo era un accanito rivale del Gallo e la notizia che la fanciulla aveva accettato di sposarlo lo irritò moltissimo. Come il Gallo, anche il Tordo aveva il potere di trasformarsi in uomo; cosa che fece subito. Indossò splendide vesti e si affrettò alla casa della fanciulla. Si era dato un aspetto così attraente e una voce così melodiosa che la fanciulla ne rimase proprio stregata, tanto che andò da sua madre e le disse che aveva cambiato idea, che avrebbe sposato il Tordo invece del Gallo. «D’accordo» disse la madre. «Se pensi di poterti fidare di lui...» Nel frattempo accadde che il Gallo, il quale si era innamorato della fanciulla a tal punto da trascorrere quasi tutto il suo tempo a spiarne la casa nella speranza di poterla intravvedere, notò che il Tordo si recava al pueblo di Bakvatovi.

Dopo un po’, la curiosità si trasformò in gelosia, ed egli corse alla casa della fanciulla e bussò alla porta. Senza attendere il permesso, entrò e trovò il Tordo seduto presso il focolare. «Che cosa fai qui?» gli gridò. «Sono venuto a sposare questa fanciulla» rispose il Tordo. «Non così» replicò il Gallo. «Domani sarò io a sposarla. Tu non ne sei degno. Io posseggo tutte queste persone, qui ad Oraibi. Sono mie. Quando canto, al mattino, si alzano tutte.» «Ne sono più degno io di te» ribatté il Tordo. «Quando io cinguetto e canto, faccio sorgere il sole.» «D’accordo» disse il Gallo. «Allora sfidiamoci e vediamo chi di noi è più degno. Fra tre giorni faremo una gara, e vedremo chi fa sorgere il sole. Fino ad allora, nessuno sposerà la fanciulla.» Il Tordo accettò la sfida ed entrambi lasciarono la casa della fanciulla. Quando fu tornato a casa, il Gallo sedette e si mise a pensare come avrebbe potuto vincere il Tordo facendo sorgere il sole. Sapeva che era inutile chiedere aiuto al dio del clan dell’Aquila, il Grande Uccello del Tuono 1, poiché costui parteggiava per i Tordi. Alla fine il Gallo decise di recarsi a Moenkopi per chiedere ai più saggi fra i Galli e le Galline lì residenti di insegnargli un modo per far sorgere il sole.

La strada per Moenkopi era molto lunga e quando il Gallo arrivò al Colle dell’Arco era così stanco che temeva di non poter proseguire. Sedette su una pietra accanto a un altare paho per riposarsi un po’; nell’altare si aprì una fessura e il Gallo udì una voce che lo invitava: «Entra!». Entrò e fu accolto con letizia da molte belle fanciulle, una delle quali gli offrì un vassoio di chicchi di mais. Egli lo prese e mangiò come mangiano i Galli e quando non ebbe più fame la fanciulla gli disse: «Eri molto stanco per quanto avevi corso. Ora avrai forze sufficienti per raggiungere la tua meta». Il Gallo ringraziò le fanciulle e uscì. Rinvigorito, proseguì il viaggio, correndo a gran velocità finché non giunse a Moenkopi. Qui si recò a una ripida scarpata e scese per una scala fino a una grande roccia nella quale si vedeva una pesante porta chiusa. Il Gallo cantò ripetute volte, finché la porta si aprì e una voce lo invitò a entrare. All’interno trovò molti Galli e Galline di ogni età. Sembrarono contenti del fatto che era andato a trovarli, lo invitarono a sedersi e gli offrirono chicchi di mais. «Qual buon vento ti porta a onorarci della tua presenza?» domandò educatamente il Gallo capo. «A Oraibi un Tordo e io ci contendiamo l’amore di una fanciulla» rispose il Gallo. «Ci siamo sfidati a dimostrare chi di noi ha più poteri. Quando io canto, al mattino, tutti si alzano.

Ma quando canta il Tordo, sorge il sole. Io voglio che mi insegniate come far sorgere il sole e portar luce al mondo.» «Bene» rispose il Gallo capo. «Ci proveremo, almeno. Il Tordo è assai potente e ha l’aiuto del Grande Uccello del Tuono. Ma noi ci proveremo, almeno.» Quando giunse la sera, i Galli e le Galline si riunirono e cantarono fino a notte fonda. Dopo che ebbero finito quattro lunghe canzoni, i Galli tutti insieme lanciarono un chicchirichì. Poi cantarono altre quattro canzoni, e fecero di nuovo chicchirichì. Dopo aver cantato ancora tre canzoni, fecero per la terza volta chicchirichì. A questo punto incominciò ad apparire l’alba gialla, e dopo che ebbero cantato ancora due canzoni, il sole sorse dalla linea dell’orizzonte. «Abbiamo fatto quel che andava fatto» disse il Gallo capo. «Ora puoi tornare a casa e mostrare al Tordo che sai far sorgere il sole.» Il Gallo si rimise in viaggio per Oraibi, correndo assai velocemente. E di nuovo, quando arrivò al Colle dell’Arco, si sentì sfinito vicino all’altare paho e vi entrò. «Sono troppo stanco per proseguire» disse alle fanciulle. «Non arriverò mai a casa in tempo.»

Esse risero di lui e gli portarono dei chicchi di mais. «Certo che arriverai a casa in tempo» lo rassicurarono. «Ti vestiremo in modo che arriverai in tempo.» E mentre lui mangiava, esse gli si posero dietro, così che il Gallo non poté vederle mentre gli fissavano foglie secche di mais alle penne della coda. Quando il Gallo ricominciò a correre verso Oraibi, le foglie di mais fecero un gran rumore, ed egli ne fu così spaventato che corse come un fulmine, senza mai voltarsi indietro, finché non giunse a casa. Quando fu entrato, si volse e vide le foglie di mais che gli avevano legato alla coda e se le tolse. Riposò tutta la notte e la mattina dopo si sentiva molto forte. Sul finire della giornata attraversò il pueblo e si recò al pescheto dove viveva il Tordo e gli disse di andare a casa sua per la gara quella notte. Quando il Gallo se ne fu andato, il Tordo si recò dal Grande Uccello del Tuono e lo informò che era venuto il momento in cui doveva dimostrare il proprio potere sul sole.

Quella sera il Tordo venne alla casa del Gallo per aspettare l’alba dei giorno seguente. Per tutta la notte il Gallo cantò e fece chicchirichì, finché apparve la prima luce gialla dell’alba. Poi finì le ultime due canzoni che aveva imparato a Moenkopi e cominciò a fare chicchirichì con tutte le sue forze. Tuttavia proprio allora il Grande Uccello del Tuono si levò in volo e spalancò le sue grandi ali attraverso il cielo, a oriente, nascondendo così l’alba. Per quanto il Gallo strillasse il suo chicchirichì, il sole non poteva udirlo e non sorgeva. Il Tordo derise il Gallo. «Hai fallito» gli disse. «Ora è il mio turno. Vieni a casa mia stasera e ti farò vedere io come si fa.» Quella sera il Gallo si recò a casa del Tordo. Quando fu buio, il Tordo cantò quattro lunghe canzoni e poi fischiò. Aspettò un poco, cantò altre tre canzoni e poi fischiò; e l’alba incominciò ad apparire. Poi cantò le sue ultime due canzoni e a poco a poco il sole sorse all’orizzonte. «Vedi?» gridò trionfalmente il Tordo. «Solo io posso far sorgere il sole.» «Sì» ammise il Gallo. «Hai grandi poteri. Tu sai far sorgere il sole. Hai vinto la sfida, e la fanciulla di Bakvatovi è tua.» Così il Tordo sposò la bella fanciulla. Più avanti anche il Gallo prese moglie, ma non era certo bella come quella fanciulla. Nacquero poi i bambini. Quelli del Tordo strepitavano e ciarlavano senza posa come il padre, ma quelli del Gallo erano gentili e ben educati, e non parlavano tanto.