La sacra pipa indiani delle pianure

Costruzione e storia della sacra pipa nativi d'America Grandi Pianure

L'uso cerimoniale del tabacco era molto diffuso nell'America settentrionale e in qualche modo era associato al soprannaturale; si riteneva che il rito del fumo elevasse i pensieri fino agli spiriti superiori, unendo l'uomo, legato alla terra, al cielo che lo sovrastava.

Sacra pipa indiani americani

 

Le pipe degli indiani delle Pianure venivano realizzate in diverse pietre adatte ad essere lavorate – calcare, steatite e clorite – ma la prediletta era la pietra rossa reperibile nel territorio dell'attuale Minnesota; fu chiamata catlinite dal nome del famoso pittore George Catlin che visitò il Minnesota nel 1847 e ne riportò un frammento per sottoporlo ad esami scientifici. La pietra era nota agli indiani della regione fin dalla preistoria e prima del 1700 circa si trovava nel territorio degli Oto e degli Iowa, ma in quel periodo i Sioux si impadronirono del giacimento di cui, alla metà del XIX secolo, erano gli unici proprietari; le pipe, rozze o finite, venivano cedute alle altre tribù.

Le pipe degli indiani dell'America settentrionale sono state dapprima divise in due tipologie a seconda della forma: un tipo tubolare, il cui fumo si muove su un unico piano, un secondo a gomito a cui invece il fumo si sposta su due piani. Entrambi i modelli erano diffusi nelle pianure ancora in Periodo Storico. In seguito, la classificazione è stata ampliata, distinguendo le cinque forme più comuni: la pipa tubolare o dritta, la Micmac modificata, quella a gomito, la pipa sporgente in avanti con fornello svasato e la pipa calumet o a forma di T rovesciata.

Un certo numero di queste pipe presentava un aspetto particolarmente elaborato e si ornava di figure di animali o di uomini; alcuni degli esemplari di pipa più belli di questa categoria vennero prodotti dai Sioux e dai Pawnee. George Catlin sostenne che i Pawnee erano forse la “più ingegnosa” fra le tribù delle Pianure nella produzione di pipe. I fornelli figurati appaiono di elevata qualità artistica e le sculture di animali e di uomini venivano eseguite in modo che guardassero il fumatore. Alcune proponevano addirittura tematiche sociali, illustrando per esempio gli effetti dell'alcool sui nativi.

L'intaglio di una pipa nella catlinite o in un'altra pietra era una impresa assai difficile e, prima che gli europei introducessero strumenti di ferro, la lavorazione era effettuata usando la silice o altri materiali molto duri; il fornello veniva estratto da un blocco di pietra e l'eccesso eliminato; i fori per il tabacco e la cannuccia costituivano un problema particolare e Catlin annotò: “Gli indiani praticano il foro del fornello usando come trapano un bastone molto duro, che sia delle dimensioni desiderate e, tenendo nel foro un po' di sabbia abrasiva con sabbia praticano il foro”. Poi i fornelli ricevevano finalmente la forma ed erano levigati con silice, mentre quarzite, sabbia fine, midollo di bisonte o grasso di altri animali servivano per la lucidatura dell'oggetto.

Il fornello Micmac modificato derivò il suo nome dal fatto che gli europei videro fumare questo tipo di pipa dai Micmac della Nuova Scotia. La circolazione dei prodotti contribuì alla sua diffusione ad ovest, dove venne usato dai Cree delle Pianure, dai nativi Crow, dagli Assiniboin e in particolare dai Blackfeet, sebbene in stili leggermente diversi, tutti però con il fornello simile ad una ghianda rovesciata con base a chiglia. Evers trovò che questa forma di pipa Micmac modificata veniva ancora prodotta nel 1947: ne ottenne una dal suo informatore e interprete Piegan, Reuben Black Roy, il quale l'aveva fabbricata da poco.

Assomigliava molto a una pipa disegnata più di un secolo prima (1833) da Carl Bodmer, secondo il quale essa era quella che i Blackfeet chiamavano “vera pipa”. Ovviamente la tecnica di manifattura aveva subito diversi cambiamenti: Reuben aveva usato una matita per tracciare la forma del fornello, un seghetto per abbozzarlo, una morsa di legno per tenere ferma la lastra, un trapano per praticare i fori, una raspa di legno per ottenere la forma finale e carta commerciale per levigare l'oggetto finito. Per la brunitura aveva invece seguito sistemi più tradizionali: aveva acceso un fuoco di ramoscelli verdi tenendovi sopra il fornello per circa 15 minuti, dopo aver infilato un bastoncello nella cannuccia. Appena la pietra era tornata fredda, ne aveva strofinato la superficie con le mani, rendendo la pipa liscia e lucida.

Molte delle pipe descritte erano fornite di cannucce che, per scopi cerimoniali, potevano essere lunghe 1-1,3 metri, in genere erano di abete, di quercia o di hickory, il midollo centrale veniva bruciato con un filo rovente. Ma era anche possibile spaccare la cannuccia nel senso della lunghezza, estrarre il midollo, poi riattaccare assieme le due metà come invece avveniva per i flauti. Le cannucce piatte erano le più diffuse nelle pianure centrali, mentre quelle tonde erano le preferite nelle tribù settentrionali. C'era anche chi usava “cannucce a puzzle” e, in questo caso, solo l'autore conosceva il vero percorso del fumo che zigzagava dal fornello al bocchino, passando oltre i disegni decorativi e simbolici scolpiti sulla cannuccia.

Nel tipo a spirale, le cannucce rotonde venivano intagliate con coltello e lima, ottenendo a volte una spirale doppia. Abbastanza spesso, le cannucce erano decorate con aculei di porcospino, in genere con la cosiddetta tecnica a intreccio con decorazioni aggiuntive di crini di cavallo, penne, becchi e pittura. Anche se si ritiene che sia il fornello, sia la cannuccia fossero dotati di poteri sacri, la pipa in sé non poteva manifestare le sue proprietà finché le due parti non fossero state unite, quando la pipa non veniva usata, cannuccia e fornello venivano tenuti separati e conservati in una borsa, ornata di motivi a perline e aculei di porcospino.